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domenica 22 maggio 2011

"LA MAFIA DELLE CHECCHE" (ODERINT DUM METUANT)

“Il potere logora chi non ce l’ha”, disse una volta il divo Giulio. Quanto
vale ancora oggi quest’affermazione? Sembra piuttosto che sia l’esatto
contrario, visti i malumori e le tensioni prodotti dalla mia prima missiva.
Stravagante è stato lo sforzo di alcuni servitori dello Stato e di taluni
giornalisti di decifrare le mie motivazioni; patetica la voglia forsennata
degli amici del buon Matteo di assegnarmi un nome, per non parlare poi di
coloro che smessi gli occhiali da lettura, i bisturi, le calcolatrici, hanno
usato la tecnica delle “mezze parole”, bisbigliate, per sapere chi poteva avere
osato tanto. E io li vedevo nei giorni immediatamente successivi, parlare in
quella cartolibreria di via Vittorio Veneto, scrutare i passanti; li osservavo
attraversare piazza della Repubblica, rivolgere uno sguardo al santo patrono e
sperare in un errore, in un indizio; e sentivo, (e non ero il solo), i tremori
di alcuni preti locali, turbati dalle loro strane abitudini. Provano tuttora, a
distanza di mesi, ad ostentare tranquillità al bar di chi in altri tempi
distribuiva con i suoi allegri appalti tanti bei danari. Ma il pensiero sta là,
davanti all’ennesimo caffè. E se venissero a galla i veri affari, i veri
frequentatori delle segreterie politiche, quelli con i Ray-Ban o con i cappelli
da boss d’altri tempi, freschi di galera? Anche stavolta vi parlerò di ciò che
per i comuni cittadini avrebbe del clamoroso, se solo fossero informati. Se si
pensa alla distilleria Bertolino, ad esempio, solo gli stolti potrebbero non
capire chi ha interesse nell’attirare questo mostro in città: nessuno si è
accorto che a qualcuno oltre ai Baffi sono cresciuti più del previsto i conti
in banca ed i finanziamenti per le campagne elettorali? I veri marpioni sono
sempre un passo avanti, sempre pronti a cogliere la mela, sempre pronti a
speculare: ed è per questo che potremmo ritrovarci tra qualche anno con una
centrale nucleare nel nostro giardino di casa. Merito dell’onorevole Sindaco
che, silente, con la complicità del D’Alì, scalpita per installarne una proprio
in Contrada Bocca Arena, nei pressi del vecchio ristorante Kursaal. L’affare,
poco noto, che prometterà l’ennesima montagna di soldi, non sarebbe l’unico:
Nicola con la consulenza del vecchio-nuovo compagno di merende, Ignazio
Giacalone, si diletta nell’investire in Africa i soldi degli innominabili nell’
acquisto di imbarcazioni. Un modo semplice e veloce per ripulire il denaro
sporco. Chi non sta a guardare è di certo il giovane Scilla nonostante l’
impegno di ricostituire la Lega del Sud (idea che fu anni addietro di Leoluca
Bagarella). Il rampante delfino si inventa immobiliarista grazie alla nutrita
schiera dei suoi scagnozzi in consiglio comunale, i quali con le mani in pasta
nel piano regolatore, fanno contento l’onorevole regionale, che ha già visto
lungo in terreni riconvertibili nei pressi di Via Castelvetrano. Un modo per
sfamare gli appetiti famelici di chi vuole arricchirsi col cemento. L’onestà
travalica ancora la soglia degli uffici politici più quotati: è il caso, tra i
tanti, di un altro grande attore della criminalità mazarese, tale Vassallo, già
proprietario della Despar di Via Castelvetrano e Via Emanuele Sansone,
fiduciario di Pino Gricoli (affittuario di una bella villa a Tonnarella dove in
un recente passato l’onesto Matteo viveva libero ed indisturbato). Padre del
consigliere comunale Vito, si occupa di riconvertire soldi maleodoranti in
profumati euro da destinare alle tasche della propria famiglia, come testimonia
l’apertura di un centro scommesse al figlio minore, la vera lavatrice del pizzo
insieme ai negozi compro-oro. Vuoi che queste storie in fondo non si conoscano?
Si può persino intuire abbastanza facilmente che le vecchie famiglie mafiose
mazaresi, nonostante le loro riunioni in quel ristorante dorato sul Lungomare
San Vito, sono solo marchi di fabbrica a garanzia di grandi affari. Ma non è
così facile emulare i grandi capi che furono e che funestarono questa terra;
non basta che fratelli o nipoti prestino il loro cognome per dare smalto a chi
ardito non è, figuriamoci intelligente. E magari, da sottoposto, ti ritrovi a
dondolare uno come Jojò. Che pena! Ne sa qualcosa il povero Matteo, che troppo
malato, tenta in tutti i modi di tenere in piedi la baracca con grandi
difficoltà, incappando in errori marchiani nella scelta dei suoi nuovi
collaboratori, troppo inclini al chiacchiericcio. Nemmeno i suoi soggiorni da
insospettabile, l’ultimo dei quali a Ganci, gli permettono di stare tranquillo
nonostante l’aiuto di accorti imprenditori vicini alla sanità. E poi c’è un
bagaglio che sta cominciando a diventare pesante. Un fardello, quell’archivio
della mafia, che se venisse nelle mani di gente competente potrebbe dare una
mazzata alla politica italiana. Si potrebbe persino arrivare ad affermare che
ha fatto di più per la democrazia Totò Riina che i vari presidenti del
Consiglio che si sono succeduti negli ultimi venti anni. Ve lo immaginate il
gran capo, capro espiatorio? Proprio colui che ha dato mandato di parlare alle
alte sfere della politica sull’urgente riforma della giustizia: gliel’hanno
ricordato con l’omicidio di Enzo Fragalà, avvocato come il figlio di Renato
Schifani (che pochi giorni dopo riceverà una scorta con “massimo riserbo sulle
motivazioni”). Un messaggio chiaro al governo per far capire che chi sta nell’
ombra non dimentica. Nonostante le preghiere della moglie e del figlio non
pagherà nessuno, e non certo per inefficienza delle forze dell’ordine, ma
semplicemente perché l’assassino, mazarese, peraltro già utilizzato in passato
per altri omicidi legati a questioni di droga, è già tra le sbarre, dove non
riesce proprio a tenere la bocca chiusa. Nel frattempo il signor Abderazzak,
continua a cambiare casa: il suo passaporto, gentilmente offerto dagli amici
dell’ambasciata tunisina a Palermo ad alcuni esponenti mafiosi del trapanese,
gli permette di spostarsi con estrema semplicità, anche se ha smesso di
regalarsi lunghi soggiorni. Certo andarsene in giro come un tunisino è
divertente, in una città che ne è piena: a Mazara si è pure nascosto in un
appartamento in via Toniolo, proprio a due passi dalla Polizia di Stato.
Caro Matteo, io potrei anche continuare all’infinito. Mentre sorseggi il tuo
Moët & Chandon, che qualcuno per te ha comprato al Conad Superstore in via
Bessarione e che tanto ti fa male, ti vedo inquieto riflettere sulla tua causa.
Lo sai bene che qualcosa sta cambiando: non sei più in grado di controllare
tutto. Ti dirò di più: l’orso è ormai uscito dal letargo e ha scalato la
piramide di Cheope decretando la fine del tempo immobile. Alcibiade ti sta
aspettando. Game over.


Distinti saluti
Uno, nessuno, centomila

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E' SEMPRE EMOZIONANTE ASCOLTARLO

IO NON MI SENTO SICILIANO


Giorgio Gaber

G. Gaber

(2003)

Io G. G. sono nato e vivo a Milano
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Mi scusi Presidente
non è per colpa mia
ma questa nostra Patria
non so che cosa sia.
Può darsi che mi sbagli
che sia una bella idea
ma temo che diventi
una brutta poesia.
Mi scusi Presidente
non sento un gran bisogno
dell'inno nazionale
di cui un po' mi vergogno.
In quanto ai calciatori
non voglio giudicare
i nostri non lo sanno
o hanno più pudore.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Mi scusi Presidente
se arrivo all'impudenza
di dire che non sento
alcuna appartenenza.
E tranne Garibaldi
e altri eroi gloriosi
non vedo alcun motivo
per essere orgogliosi.
Mi scusi Presidente
ma ho in mente il fanatismo
delle camicie nere
al tempo del fascismo.
Da cui un bel giorno nacque
questa democrazia
che a farle i complimenti
ci vuole fantasia.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Questo bel Paese
pieno di poesia
ha tante pretese
ma nel nostro mondo occidentale
è la periferia.

Mi scusi Presidente
ma questo nostro Stato
che voi rappresentate
mi sembra un po' sfasciato.
E' anche troppo chiaro
agli occhi della gente
che è tutto calcolato
e non funziona niente.
Sarà che gli italiani
per lunga tradizione
son troppo appassionati
di ogni discussione.
Persino in parlamento
c'è un'aria incandescente
si scannano su tutto
e poi non cambia niente.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Mi scusi Presidente
dovete convenire
che i limiti che abbiamo
ce li dobbiamo dire.
Ma a parte il disfattismo
noi siamo quel che siamo
e abbiamo anche un passato
che non dimentichiamo.
Mi scusi Presidente
ma forse noi italiani
per gli altri siamo solo
spaghetti e mandolini.
Allora qui m'incazzo
son fiero e me ne vanto
gli sbatto sulla faccia
cos'è il Rinascimento.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Questo bel Paese
forse è poco saggio
ha le idee confuse
ma se fossi nato in altri luoghi
poteva andarmi peggio.

Mi scusi Presidente
ormai ne ho dette tante
c'è un'altra osservazione
che credo sia importante.
Rispetto agli stranieri
noi ci crediamo meno
ma forse abbiam capito
che il mondo è un teatrino.
Mi scusi Presidente
lo so che non gioite
se il grido "Italia, Italia"
c'è solo alle partite.
Ma un po' per non morire
o forse un po' per celia
abbiam fatto l'Europa
facciamo anche l'Italia.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo
per fortuna o purtroppo
per fortuna
per fortuna lo sono.